Il Gender Pay Gap altro non è che il divario salariale tra donne e uomini in favore di questi ultimi. Purtroppo, si tratta di un fenomeno ben sedimentato nel tempo tant’è che fino a non molti anni fa, alle donne non era minimamente concesso il diritto di andare a lavoro e, nei casi eccezionali in cui alla donna era concessa dal marito/padrone la possibilità di lavorare, questa riceveva sistematicamente un compenso inferiore a quello riservato al proprio collega uomo, il quale, a parità di mansioni ed esperienza, godeva di un trattamento economico di gran lunga più favorevole.

La stessa Paola Cortellesi ci ricorda questo triste andazzo in C’è ancora domani che la vede come regista, sceneggiatrice e attrice.

In una scena del film, alla legittima richiesta di spiegazioni della protagonista al proprio datore di lavoro sul perché ricevesse un compenso nettamente inferiore a quello del suo collega uomo (tra l’altro neoassunto e privo di esperienza sul campo), il datore trovava la giustificazione a questa disparità di trattamento nel sesso maschile del collega. 

I dati del rapporto AlmaLaurea 2023

La disparità di trattamento tra donna e uomo potrebbe sembrare, ai più distratti, un semplice retaggio del passato.

Tuttavia, la realtà è ben diversa e lo dimostrano i dati raccolti da AlmaLaurea nel Focus sul Gender Gap 2023.

Il rapporto evidenzia una triste realtà: in Italia, nel 2021, le donne costituiscono il 59,4% dei laureati, hanno migliori performance negli studi, ma sono penalizzate sul mercato del lavoro

Inoltre, nel Rapporto 2022 sul Profilo dei laureati si osserva come, tra i laureati del 2021, la quota delle donne che si laureano in corso è pari al 63,0%, contro il 57,9% degli uomini, con un voto medio di laurea uguale a 104,2 su 110, contro il 102,4 degli uomini


Nonostante i migliori risultati accademici conseguiti dalle donne, la disparità salariale è dura a morire. Difatti, AlmaLaurea attesta come le differenze di genere, in termini occupazionali, si confermino significative, attestando un tasso di occupazione dell’86,7% per le donne e del 90,9% per gli uomini. Non solo. Il rapporto rileva la maggiore semplicità, per gli uomini, di stipulare contratti a tempo indeterminato rispetto alle donne, dal momento che il 60,1% degli uomini è assunto a tempo indeterminato, rispetto al 52,6% delle donne


Secondo AlmaLaurea, la difficoltà per le donne ad essere assunte a tempo indeterminato deriva principalmente dal fatto che le stesse siano spesso spinte verso professioni di tipo “educativo”, come ad esempio l’insegnamento, il quale è un settore in cui il precariato imperversa.

Ciò rappresenta una delle circostanze per cui le donne concludano meno contratti a tempo indeterminato rispetto agli uomini. Inoltre, il fatto che la categoria degli insegnanti, almeno in Italia, sia occupata prevalentemente da persone di sesso femminile è frutto di un retaggio culturale di stampo squisitamente patriarcale, che considera la donna come naturalmente più propensa verso discipline umanistiche rispetto a quelle scientifiche, di competenza degli uomini. 


Anche in questo caso, i dati raccolti da AlmaLaurea dimostrano come tra i laureati STEM (Science, Technlogy, Engineering, Mathematics), nonostante le donne siano di numero inferiore (40,9% rispetto al 59,1% degli uomini) queste dimostrino di essere più brave. Infatti, tra le donne il 57,6% ha concluso gli studi nei tempi previsti rispetto al 53,0% degli uomini, con votazione media di laurea di 104, 2 su 110 rispetto al 102,3 degli uomini. Ciò non basta però ad evitare il Gender Pay Gap anche in questo caso. L’indagine sulla Condizione occupazionale mostra che a cinque anni dal conseguimento del titolo di secondo livello, il tasso di occupazione è pari al 94,1% per gli uomini al 90,9% per le donne. Inoltre, il divario retributivo uomini-donne continua ad esistere a favore dei primi, anche se tende a ridursi tra i laureati dei percorsi STEM: 1.845 euro mensili netti percepiti dagli uomini rispetto ai 1.650 euro delle donne (+11,8%), secondo AlmaLaurea.


Come se non bastasse, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro è ulteriormente scoraggiato dalla prospettiva di avere dei figli. Molti imprenditori (e, ancora peggio, imprenditrici) decidono di interrompere i rapporti di collaborazione con le proprie dipendenti in caso di sopravvenuta gravidanza, oppure altri ancora decidono direttamente di non assumere donne che abbiano espresso, in sede di colloquio, la volontà di avere figli in futuro, in risposta ad un’illecita (nonché inopportuna) domanda loro posta.


Dunque, alle più alte barriere all’entrata nel mercato del lavoro, per le donne sussiste anche un’evidente disparità salariale. In particolare, nel rapporto AlmaLaurea dimostra come tra i laureati di secondo livello che hanno iniziato a lavorare a tempo pieno dopo la laurea emerge che il differenziale retributivo, a cinque anni, è pari al 12,9% a favore degli uomini: 1.799 euro netti mensili, rispetto ai 1.593 euro delle donne.


Conclusioni

Il problema del gender pay gap, nonché quello (a monte) delle più alte barriere di ingresso al mercato del lavoro per le donne è un problema sociale di fondamentale importanza che, come tale, deve essere combattuto con gli strumenti della conoscenza, della sensibilità e dell’apertura al dialogo. In tal senso, è essenziale continuare a sostenere i pari diritti delle donne ad ogni livello: sociale, legislativo, culturale e via dicendo. Ancora oggi, purtroppo, si sente la necessità di smuovere le coscienze e di convincere tutti, anche i più scettici, del fatto che la piena ed effettiva parità tra i sessi porterebbe soltanto a benefici di cui godrebbe tutta la collettività.

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